L’ENIGMA DI BEOWULF: LA FORZA DI UN MISTERO LUNGO MILLE ANNI

13 Dicembre 2023
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“I guerrieri di suo padre erano avvolti attorno al suo cuore/ Con anelli d’oro, legati al loro principe/ Dal tesoro di suo padre. Così i giovani costruiscono/ Il futuro, saggiamente a mani aperte in pace / Protetti in guerra; così i guerrieri guadagnano la loro fama e la ricchezza è plasmata con una spada”.

di Halfdan Fjallarsson

Tra le figure eroiche del Nord Europa, quella di Beowulf spicca in modo particolare quale protagonista dell’omonimo poema trascritto in lingua anglosassone e cristianizzato da un amanuense anonimo, il cui unico merito fu metterlo in forma scritta, forse da una precedente fonte andata perduta.

Beowulf è ritenuto una figura leggendaria. Questo è il solito vizio (o modus operandi) del mondo accademico occidentale che vuole immaginarie le figure che ispirano determinate virtù quali il coraggio, l’abnegazione e la lealtà, nel caso del nostro eroe. Per fortuna, non tutti gli studiosi sono di questo parere.

L’enigma che accompagna da sempre Beowulf è appunto il dilemma se questa figura sia o meno stata reale. Nel poema sono citati i suoi antenati (il padre Ecgþeow), la sua stirpe di appartenenza (i Wægmunding) e le sue gesta successive all’uccisione di Grendel e della madre. Se è vero che nei secoli si sono sempre creati racconti di ogni genere per gli scopi più disparati, è anche vero che il riportare fatti e personaggi mai esistiti (quindi dare una falsa testimonianza) era quanto mai riprovevole, soprattutto in una società quale quella germanica, dove l’onore e la sincerità erano virtù molto apprezzate. D’altronde, se gli eroi non fossero mai esistiti, non ci sarebbero cosi tanti racconti sulle loro gesta. E’ quindi più che lecito porsi delle domande a riguardo e, nel caso specifico di Beowulf, sarebbe stupido non farsele visto il contesto storico in cui il poema è collocato, con precisi riferimenti storici e geografici. 

Il Poema 

Amatissimo da J.R.R. Tolkien, è il più antico componimento in lingua anglosassone giunto fino a noi. I suoi 3182 versi raccontano le vicende dell’eroe Beowulf, giunto in soccorso del re danese Hroðgar, il cui regno era avvolto nel terrore e nella disperazione a causa degli attacchi del mostro Grendel. Il contesto storico in cui è collocato presenta molte correlazioni con la scandinavia del V° secolo d.C. ma la scarsità di fonti scritte del periodo non ha mai permesso una lettura univoca, relegandolo ad un racconto di fantasia.

Secondo la linea di pensiero ancora in vigore, neanche le recenti scoperte archeologiche nelle aree descritte nel poema (l’odierna Lejre in Danimarca) hanno potuto dare una risposta all’enigma. A livello di opera letteraria, è da molti considerato una “Storia di guerrieri”, fatta per intrattenere. Se cosi fosse però, vista la mole e la qualità dei versi, sembra molto strano che l’autore sia voluto rimanere anonimo e che non si abbia notizia della sua declamazione in nessuna delle corti nord-europee dell’epoca. Altro fattore importante che ci porta a supporre che non sia un racconto di fantasia al 100% è la mole di personaggi presenti nel poema. Da re Hroðgar alla regina Wealhþeow passando per il dubbioso Unferth, abbiamo decine di figure che compaiono nella storia, le quali non sono i soliti “archetipi” comuni alla narrativa epica di tutta Europa, ma citati come persone reali, vive o defunte. 

Un mistero lungo mille anni 

Uomo contro mostro, Beowulf contro il “demone” Grendel. Sembrerebbe la più semplice e banale delle trame. Ma cosi non è. Seppure la figura del nostro eroe è ben definita (la sua nascita è stata datata nel 495 d.C.) quella di Grendel è un assoluto mistero. Associato spesso alle figure del folklore scandinàvo quali i Troll. Queste creature note in tutto il nord ma presenti massicciamente nelle fiabe norvegesi, sono state descritte con dovizia di particolari. Le loro abitudini (come abitare le grotte e gli acquitrini) erano ben note alle popolazioni del nord, che prendevano spesso precauzioni per non incontrarli tanta era la paura che questi suscitavano. Una delle peculiarità ricorrenti è l’odio per gli umani, soprattutto se cristiani, e la pratica della magia nera, usata soprattutto dalle femmine della specie, tratto in comune con la madre di Grendel. Queste sono comunque ipotesi, supposizioni, tentativi quasi insignificanti di spalancare le porte dell’ignoto. L’abisso delle conoscenze perdute sul passato arcaico del Nord Europa è ben più profondo del Mar Baltico. 

La forza di Beowulf

Può sembrare strano porsi una simile domanda su di un personaggio forse immaginario, ma nel poema è scritto chiaramente che la forza di Beowulf superava quella di qualsiasi altro uomo. Difatti egli affronta Grendel a mani nude, usando tecniche di lotta (probabilmente quel tipo di lotta praticata nel nord europa che è arrivata ai giorni nostri col nome di Glima) fino a strappargli un braccio dalla spalla. Tutto assolutamente normale in un racconto fantasy, totalmente fuori da ogni logica nell’alto medioevo cristiano dove ogni aberrazione era già “opera del maligno”. Non contiamo poi la gara di nuoto con l’amico Breca durata ben cinque giorni nel Mar Baltico dove l’acqua non ha assolutamente temperature “tropicali”. 

La spada dei giganti 

Durante lo scontro con la madre di Grendel, Beowulf è in seria difficoltà poiché non riesce a ferire il mostro con la spada donatagli da Unferth. Nel momento del bisogno, trova un artefatto “impossibile”, una spada antichissima definita opera dei giganti e con essa riesce ad abbattere la strega della laguna. Anche in questo caso gli interrogativi sono parecchi. Si trattava di una spada runica? Come faceva Beowulf a sapere che la spada sarebbe stata efficace contro la madre di Grendel? E perché l’eroe non riportò l’arma con sé come bottino di guerra? 

Il salto narrativo 

Dopo la vittoria sulla “stirpe di Caino” il poema fa un salto narrativo di ben cinquant’anni, con Beowulf re dei Geati ormai anziano ma ancora forte e determinato. Perché questo salto? Sappiamo che dopo gli eventi in Danimarca, egli partecipò a numerose guerre ed infine divenne re del suo popolo essendo comunque di sangue reale da parte della madre. Ma perché questo lunghissimo lasso di tempo? Beowulf faceva parte di qualche confraternita di guerrieri le cui imprese non dovevano essere narrate? Berserkir e Ulfhednar esistevano ben prima dell’era vichinga e non è improbabile che un guerriero rinomatissimo come lui potesse farne parte o addirittura esserne uno dei maestri. I culti odinici infatti non erano di pubblico dominio e, a parte la componente sciamanica, non sappiamo praticamente nulla di come si svolgessero e quali effetti avessero su chi li praticava. 

Il drago 

Un drago messo a guardia del tesoro di un tumulo, viene svegliato dal suo sonno e devasta le lande di cui Beowulf è re. Anche qui tutto “normalissimo”. Si trattava veramente di una bestia sputa fuoco? O era semplicemente un espediente narrativo per dare commiato all’eroe con una morte epica? Una ben più credibile “battaglia finale” con qualche re rivale non sarebbe stata meglio? L’intento del narratore era forse quello di mettere Beowulf allo stesso livello del più famoso ammazza-draghi del Nord ovvero Sigfrido? Questo probabilmente non lo sapremo mai. L’eredità lasciataci dal poema ha contribuito enormemente a tutta la letteratura anglosassone fino ai nostri giorni influenzando autori come il già citato J.R.R. Tolkien ma anche il padre della “Sword & SorceryRobert Ervin Howard, creatore di personaggi immortali come Conan di Cimmeria e Kull di Valusia che devono tantissimo al re dei Geati.

“E poi gli costruirono, al principe dei Geati

su quella terra, un rogo non meschino, e vi appesero

gli elmi e le tavole della battaglia,

le cotte chiare, come gli aveva chiesto.

E in mezzo ci distesero il loro re famoso,

i soldati, piangendo, il loro amato signore”.

Autore

  • Halfdan Fjallarsson

    Halfdan Fjallarsson, classe 1980, è un rievocatore storico, blogger, scrittore, ricercatore indipendente ed istruttore di scherma storica. Insieme ai suoi fratelli ha fondato l’associazione Valhalla Viking Victory - “Warriors of the Ravenshield” nel 2005 portando la rievocazione storica dei vichinghi alle porte di Roma. La sua ventennale esperienza nella mitologia e nella tradizione nordica, lo hanno portato a fondare il movimento socio-culturale e spirituale chiamato “La via di Albione” e alla realizzazione a tutt’oggi di tre edizioni del “Fjallstein Viking Fest”, il primo festival dedicato alla cultura dei vichinghi nel Lazio.

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